Quelle tradizioni che resistono

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Si sta con i parenti, si preparano pranzi a base di fagiolini e cotenne, si fa il giro dei cimiteri a rendere visita ai propri cari scomparsi… una tradizione, quella della festa dei Santi e della commemorazione dei defunti, che affonda le radici in tempi remoti, ma  ancora oggi è molto radicata nel territorio cremonese. Ma non tutti sono pronti a rispettare queste tradizioni, specie tra i più giovani.

«Per noi niente fagiolini» raccontano Elena e Marco, coppia trentenne. «Andremo tre giorni da alcuni amici in Veneto: approfittiamo del ponte per regalarci un po’ di svago a basso costo, visto che di soldi ce ne sono pochi. Le tradizioni sono sicuramente importanti e vanno mantenute in vita, ma ormai la tradizionale mangiata con i parenti è cosa superata, e le visite al cimitero è meglio farle in periodi meno caotici».

Secondo molti giovani anche ritrovarsi  con i parenti è ormai una tradizione  superata. «Non mi piacciono le cene e i pranzi con decine di zii e cugini» dice Claudia, 22 anni. «Amo la mia famiglia, ma questi raduni sono noiosissimi, e me ne sottraggo volentieri. Per il giorno di festa me ne andrò in montagna con degli amici. Fagiolini e cotenne? No, grazie!».

Dello stesso parere Roberta, 28 anni, che ricorda con poco piacere i lunghi pranzi in famiglia della sua infanzia: «Andavamo sempre a Milano per il giorno dei morti: si mangiava dagli zii,  e i fagiolini dall’occhio erano una costante; poi c’era il giro al cimitero, che durava tantissimo. Per me era una noia mortale. Non appena ho potuto sottrarmi da queste tradizioni l’ho fatto, e non me ne pento. Ora che lavoro, approfitto volentieri delle feste per riposare».

Tuttavia ci sono anche giovani che, pur non apprezzando il cimitero e i ritrovi di parenti, sono rimasti affezionati ai sapori tradizionali, come i “fasulin de l'oc cun le cudeghe”: «Non amo andare al cimitero, ma non rinuncerei mai ai fagiolini con le cotenne che prepara mia madre» dice Giorgio, 34 anni. «Ogni anno per il 2 novembre ci ritroviamo da lei, con la mia famiglia e quella di mio fratello; anche ai miei figli piace questo tipico e intramontabile piatto della nostra tradizione».

Insomma, se la tradizione è così gustosa, perché mai abbandonarla? Ne è convinta anche Katia, 26 anni: «Le festività di santi e  morti non fanno per me, visto che sono atea, ma le tradizioni culinarie del nostro territorio mi piacciono molto e non mi vergogno a dirlo: aspetto con ansia la sagra dei fagiolini con le cotenne, per gustare questo piatto, che mi piace molto. Di solito con la mia compagnia di amici ci organizziamo per andare tutti insieme, ed è sempre piacevole».

La sacralità della festa resta invece inviolabile per le persone con età più avanzata. «Il ritrovo di famiglia per il giorno dei morti? Non me lo perderei per nulla al mondo» dice Pietro, 76 anni.  Mia moglie cucina i fagiolini con le cotenne, e vengono da noi figli e nipoti, che ora abitano a Brescia e a Milano. Le occasioni per vedersi sono poche, e se non approfittiamo di queste feste rischiamo di perderci di vista. Spesso i giovani non capiscono l’importanza di questi momenti, non si rendono conto di quanto siano necessari per tenere unita la famiglia».

La tavola è sempre stata un elemento di unione della famiglia, nella tradizione delle nostre terre, e chi ha vissuto i periodi più difficili lo sa bene. «Quando ero bambina c’era la povertà, il cibo scarseggiava, e spesso le feste erano l’occasione per fare uno sforzo in più e mettere in tavola qualcosa di più nutriente del solito pane e cipolle» racconta Ester, 82 anni. «Ricordo che le cotenne e i fagiolini per il giorno dei morti, il 2 novembre, venivano serviti nelle osterie di paese; ma molti non potevano permettersi un pranzo fuori. Così si preparavano in casa, ed era una festa per tutti. Ci riunivamo intorno alla tavola tutti quanti: nonni, figli, nipoti, zii e cugini. Ancora oggi in quel giorno preparo i fasulin de l'oc cun le cudeghe, perché è una tradizione a cui sono molto legata, anche se purtroppo in famiglia siamo rimasti in pochi a festeggiarla…».

Per chi ha trascorso decenni a festeggiare la tradizione, diventa quindi un appuntamento irrinunciabile. «I fasulin cun le cudeghe evocano in me ricordi bellissimi» racconta Sandro, 71enne. «Mia mamma ne preparava un pentolone enorme, che durava poi per almeno tre giorni, ed era una vera e propria festa per tutti. Spesso ne preparava un po’ di più e lo donava ad alcune famiglie meno fortunate di noi. Ho voluto trasmettere queste tradizioni anche ai miei figli, e ancora oggi ci si trova tutti insieme per gustare questo piatto, che ora cucina mia moglie».

di Laura Bosio

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